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L'IPM
martedì 09 gennaio 2007
In Italia, gli interventi di giustizia minorile hanno sempre avuto un obiettivo di garanzia e tutela del minore, anche quando hanno inteso perseguire le azioni criminose da questi compiute. Nisida ha offerto, negli anni, le condizioni ideali per sperimentare tutte le diverse modalità dì intervento in favore dei minori e che hanno scandito, nel tempo, le diverse fasi delta politica minorile. Ai primi dell'800, fu ripreso un progetto di trasformazione della Torre di guardia di Nisida, da tempo abbandonata, in un istituto dl pena. lì progetto Ideato da Gioacchino Murat fu adottato, dopo il suo ritorno a Napoli, da Ferdinando IV di Borbone che voleva creare a Nisida anche un porto franco. In tutta la penisola si era presa coscienza del problema carcerario e della necessità di migliorare le condizioni di vita dei detenuti per il loro recupero morale. In questo clima vengono accolte con favore le teorie di alcuni "riformatori" inglesi tra cui spicca Jeremy Bentham che, al fine di realizzare l'obiettivo della risocializzazione, assegna al carcere un carattere di controllo totale. E' il progetto Panopticon basato sul “principio ispettivo”. La forma circolare apparve a tutti come la più idonea. Di qui la scelta della torre di guardia di Nisida che, tra l'altro, si trovava in una posizione strategica, vicina alla città ma anche sufficientemente isolata. L'incarico di costruire il penitenziario fu affidato al De Fazio, lo stesso che aveva progettato il Lazzaretto o ristrutturato il porto. Benedetto Croce, che ebbe modo dì visitarlo e di parlarne in un articolo su “Napoli nobilissima", lo descrive dl forma rotonda, a tre piani: il piano terra era occupato dai laboratori, mentre ai due piani superiori erano i dormitori. I detenuti ospitati erano 1100. I Borbone vi rinchiusero detenuti comuni e prigionieri politici; tra questi ultimi Michele Pironti, Carlo Poerio, ed i promotori dei moti dì Nola. Da allora viene definita la vocazione al penale dell'Isola. Nel 1934 la storia dei minori devianti e quella di Nisida si incontrano. A Nisida venne insediato un Riformatorio giudiziario agricolo poi trasformato in Casa di rieducazione. Era, questa, una struttura dove veniva svolta l'opera di recupero dei minori irregolari nella condotta o nel carattere quando il Tribunale riteneva opportuno che la rieducazione avvenisse in contesto istituzionale. Nelle case di rieducazione potevano anche essere collocati i minori entrati nel circuito penale, che fossero o meno sottoposti a carcerazione preventiva, oppure minori prosciolti per incapacità di intendere e di volere senza che fosse stata loro applicata una misura di sicurezza detentiva o prosciolti per concessione del perdono giudiziale o sottoposti a pena ma con sospensione condizionale della stessa. L'istituto era il prototipo del modello fascista di rieducazione dei minorenni. La legge n. 888 del 1956 dispone la sottrazione del minore in attesa di giudizio al carcere per i minorenni, sostituendolo con l'Istituto di osservazione, all'interno del quale furono istituite sezioni di custodia preventiva allo scopo evidente di svolgere indagini sulla personalità ed idonee a favorire la personalizzazione del trattamento. Uno di questi Istituti viene insediato proprio a Nisida, a partire dal 1971, occupando la parte apicale dell'Isola. Il ricco dibattito culturale e politico che porta alla riforma del Codice di Procedura Penale Minorile, contenuta nel D.P.R. 448/88 realizza un intervento che persegue fondamentalmente due finalità: favorire la rapida fuoriuscita del minore dal circuito penale e deflazionare il ricorso a misure detentive. In quella prospettiva viene costituito l'Istituto penale per i minorenni e si avviano a Nisida una serie di progetti di recupero e prevenzione dei minori devianti. Da allora, a Nisida, il Dipartimento per la Giustizia Minorile ha realizzato un intervento penale e sociale, che operando su un vasto campo di azione e nell'ottica della polifunzionalità, ha teso a limitare e prevenire l'estendersi del fenomeni di emarginazione e devianza. Attualmente l'isola ospita una pluralità di strutture, diversamente orientate sia per tipologia di utenza che per progetti educativi. oltre quindi all'IPM, che accoglie sia una utenza maschile che femminile sottoposta a provvedimenti penali, sull'isola è presente una comunità penale dell'Amministrazione, il centro diurno polifunzionale ed i laboratori del Progetto "Nisida: futuro ragazzi", destinati a minori e giovani sia "a rischio" che sottoposti a provvedimenti penali, coattivi e non. La Comunità penale, sebbene i minori presenti siano prevalentemente sottoposti alla misura cautelare non detentiva, accoglie una utenza con posizione giuridica eterogenea che non comporta una omogeneità di trattamento ma ipotesi operative ed organizzative diversificate ed individualizzate. La vocazione della Comunità di Nisida è di stretta interconnessione con le risorse sociali e culturali del territorio e di integrazione con le offerte educative dell'associazionismo e del privato sociale. Il centro Diurno polifunzionale è un centro promotore di iniziative educative e culturali, rivolte ai minori dell'area a rischio e dell'area penale, alcune delle quale coinvolgono anche i ragazzi degli altri servizi della giustizia presenti sull'isola. L'obiettivo del servizio è quello dl assicurare ai giovani utenti una guida educativa nelle fasi del reinserimento sociale, ed in particolare per quello scolastico, sul territorio. I laboratori del Progetto "Nisida: futuro ragazzi” (realizzato in partenership con il Comune dl Napoli) tende alla realizzazione di azioni mirate alla formazione di minori - dell'area a rischio e penale non detentiva - ed al loro inserimento nel mondo del lavoro, in una ottica di integrazione con le realtà produttive, culturali, sportive e sociali offerte dal territorio. Il progetto vede attualmente attivi i laboratori di ristorazione, addetto al verde attrezzato, ceramista, scenotecnica e falegnameria museale. All'apice dell'isola, lì dove un tempo sorgeva il bagno penale e poi l'istituto di osservazione oggi sorge un Istituto penale per minorenni, che a giudizio dl molti commentatori costituisce un'esperienza all'avanguardia. I minori che ospita non sono più i Lazzari rivoluzionari che affollavano il "Serraglio" di piazza Carlo III; non gli scugnizzi che si arrangiavano per sopravvivere, rinchiusi al Filangieri; né i più recente "muschilli", strumento inconsapevole dei trafficanti dl morte. Ai giorni nostri lo scugnizzo ha cambiato pelle, si è aggiornato ai nuovi tempi. L'équipe dell'Istituto ha dato impulso al processo di sensibilizzazione e coinvolgimento della comunità esterna nel trattamento intramurario e nella risoluzione delle problematiche di reinserimento dei giovani reclusi che, particolarmente in una città come Napoli, assume dimensioni rilevanti. Nella esperienza maturata nel corso degli ultimi anni è cresciuta la consapevolezza dei limiti di quegli interventi che non sappiano tenere conto della pluralità di problematiche familiari, socio - culturali ed ambientali, dì cui i minori devianti sono portatori, e che non siano in grado di offrire loro opportunità di sperimentarsi in contesti diversi con modalità relazionali differenti. La metodologia del lavoro di rete ha permesso di integrare le attività di servizi ed enti che si occupano di specifiche problematiche in modo da garantire al giovane interventi che lo considerano come soggetto portatore di bisogni diversi ma da affrontare in modo complessivo. Soggetti coinvolti sono stati il privato sociale, i gruppi di volontariato, le associazioni (es., Lione e Rotary) e i servizi presenti sul territorio, le parrocchie, le circoscrizioni, la Fondazione Banco Napoli ed in particolare gli Enti Locali. Tali collaborazioni sono state definite in rapporto al contributo specifico che ciascuna agenzia ha potuto fornire per il raggiungimento degli obiettivi trattamentali. Un segmento della rete, in accordo con il Tribunale per i minori di Napoli ed alcune realtà ecclesiali, tende alla realizzazione dl un progetto dl accoglienza dei giovani dimessi dall'l.P.M. ad opera di associazioni e singoli particolarmente sensibili ai problemi della devianza giovanile e disponibili a sostenere i ragazzi nella loro fase di reinserimento. Il progressivo abbassamento dell'età da cui si comincia a delinquere si accompagna ad un altro preoccupante fenomeno: il salto dl qualità dell'utenza minorile. Le bande di minorenni e le denunce per associazione a delinquere di stampo camorristico, hanno subito in Italia, ed in Campania soprattutto, un aumento progressivo. Questo ha permesso di tracciare un identikit del nuovo deviante: scarsissima capacità dì comunicazione verbale e non verbale; assenza di etica; reazione violenta e quasi primordiale agli avvenimenti; condizioni familiari e sociali disastrate; non di rado sottoposizione a situazioni di sfruttamento. In questo quadro bisogna inserire l'ulteriore elemento rappresentato dalla sempre più frequente collaborazione con adulti nella commissione di azioni delittuose; con la inevitabile conseguenza dell'aggancio sistematico alle organizzazioni camorristiche: una iniziazione che avviene il più delle volte in ambito familiare, così come dalla famiglia i ragazzi sono addestrati ad azioni estorsive. Queste osservazioni sono confermate dalla crescita di comportamenti caratterizzati da una forte carica di violenza e da una efferata crudeltà. A tal fine questo Istituto ha affermato la necessità di definire all'interno dell'istituzione prassi sociali di disciplinamento, percorsi che favoriscano l'acquisizione di modelli comportamentali pro-sociali, congruenti con le aspettative della società civile e che possano favorire di conseguenza, un reale inserimento del giovane condannato. In particolare tenendo conto del carattere multietnico che la nostra società va assumendo è stato promosso l'apprendimento di modelli comportamentali che incentivino la cultura della convivenza e dell'accoglienza, al pari di quella della legalità. Obiettivo generale di tale organizzazione resta la connotazione dell'Istituto come "ambiente educativo", in grado di rispondere alle esigenze di trattamento delle diverse forme di disagio e di devianza di una utenza in età evolutiva; con particolare attenzione alle problematiche dei giovani adulti e dei soggetti tossicomanici che rappresentano parte rilevante dell'attuale utenza, quella nei cui confronti è possibile e doveroso ricercare percorsi trattamentali alternativi. Un ulteriore obiettivo è stato posto nella creazione di condizioni atte a favorire il coinvolgimento ed il supporto all'esterno della struttura penale dl risorse del territorio per i giovani che vengono dimessi dall'l.PM., al fine di favorirne il reinserimento sociale. La devianza femminile (Rom) Il fenomeno della devianza femminile è prevalentemente riconducibile alla tradizione culturale Rom. Infatti le giovani ragazze cresciute nei molti campi nomadi del territorio nazionale, sono vittime ed allo stesso tempo portatrici di una cultura che le vede autrici di reato in ragione del loro ruolo sociale di sostegno economico del clan parentale. Anche in questo caso l'applicazione della misura restrittiva della detenzione è spesso l'unica strada percorribile per la magistratura. Paradossalmente le mura dell'Istituto hanno costituiscono per queste ragazze una protezione dallo sfruttamento ed una occasione per entrare in contatto con il modello femminile della società occidentale, che riconosce alla donna quell'autonomia e libertà che a loro viene negata. Gli spazi All'interno della cinta muraria due diverse palazzine sono destinate all'accoglienza dei minori e giovani suddivisi in gruppi; una palazzina è destinata allo svolgimento delle attività didattiche e culturali e ospita i locali della biblioteca; nella stessa palazzina sono ubicati gli uffici degli operatori dell'area pedagogica, degli psicologi, del cappellano, dei responsabili regionali della formazione professionale, degli operatori del Ser.T. e la sala professori. In altra parte del complesso dell'IPM si trovano quattro diverse officine che ospitano i laboratori di formazione professionale gestiti dalla Regione Campania. A tali spazi si aggiunge la struttura del teatro, voluta da Edoardo De Filippo, i piazzali all'aperto e la palestre, destinati alle attività sportive, la sala mensa ed i locali attrezzati per l'assistenza sanitaria ed infermieristica. La sezione femminile è invece ospitata all'esterno della cinta muraria ed accoglie anche il Centro dl Prima Accoglienza per le ragazze arrestate o fermate, ed in attesa dl udienze del GIP. Essa consta di alcuni locali comuni, per lo svolgimento delle attività trattamentali, un laboratorio di sartoria, un laboratorio di pasticceria, una palestra ed un nido per i figli delle giovani ospiti, di una stanza per l'assistenza infermieristica, di un piccolo spazio all'aperto per le attività sportive, oltre che di un ufficio per gli operatori pedagogici. Le ragazze, inoltre, fruiscono di alcuni spazi all'interno della cinta muraria per alcune attività sportive e culturali; ciò in considerazione dell'esiguità degli spazi interni alla sezione femminile. Aspetti organizzativi e gestionali del servizio Nel corso di questi ultimi anni dl lavoro lì Dipartimento ha perseguito fondamentalmente l'obiettivo di: - Definire percorsi intra ed extramurari volti alla promozione umana e culturale dei ragazzi e delle ragazze ospiti. - Promuovere percorsi di integrazione culturale, fra etnie diverse. - Attivare forme di integrazione con le risorse del privato sociale e degli enti pubblici (sono stati attivati ottimi rapporti con il Comune di Napoli, la Curia di Pozzuoli, la Fondazione Banco Napoli per l'infanzia, il Coni il WWf, i lions club, i Rotary. - Razionalizzazione delle risorse economiche. - Valorizzazione delle professionalità esistenti ed acquisizione di nuove. A molti anni dì distanza dalle prime sperimentazioni possiamo affermare che l'azione del Dipartimento sia riuscita a coniugare il "trattamento” con la prevenzione delle molteplici forme di devianza coinvolgendo le istituzioni locali, il privato sociale ed i cittadini in una azione univoca.
 

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Falstaff. Un laboratorio napoletano13/10/2007 ore 18:00, Teatro San Ferdinando Negli spazi del San Ferdinando Mario Martone conduce, con la collaborazione di Renato Carpentieri, Anna Redi (che compaiono anche in veste di attori), Raffaele Di Florio e Alberto Ferraro, un laboratorio rivolto a giovani attori e un piccolo gruppo di ragazzi del laboratorio teatrale dell’Istituto Penitenziario Minorile dell’isola di Nisida. L’accostamento di Nisida al San Ferdinando non è una scelta casuale: Martone rende omaggio alla memoria di Eduardo De Filippo e al suo forte legame con questi due luoghi: da una parte il teatro che fu suo, comprato in macerie e ricostruito con fatica dopo la guerra, dall’altra quello progettato e realizzato all’interno dell’Istituto Penale per i Minorenni e che lo ha visto impegnato in prima persona nel riscatto dei ragazzi ospiti. Il laboratorio di Mario Martone si concentra sull’ambiguo rapporto tra Falstaff e i giovani che lo attorniano, e ne individua una naturale ambientazione in una città “teatro di guerra” come Napoli.



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